
Adolescence
Da oltre quindici anni, io e la mia cara amica Assunta/Susy abbiamo un’abitudine preziosa: ci scambiamo libri, consigli su film e serie tv, dibattendo con passione su ciò che ci colpisce di più. Il nostro legame si è costruito nel tempo proprio su queste condivisioni, che sono diventate un rituale irrinunciabile. Ogni consiglio che ci scambiamo non è mai casuale, ma frutto di una profonda conoscenza reciproca dei nostri gusti e interessi.
Assunta/Susy ha un occhio attento per le storie che scavano nell’animo umano, per quelle narrazioni che non si limitano a raccontare, ma che sanno far riflettere e, spesso, emozionare. Quando mi ha suggerito di guardare Adolescence, una serie tv che esplora il tumultuoso mondo dell’adolescenza, ho accolto il consiglio con curiosità. Sapevo che dietro alla sua raccomandazione c’era sempre qualcosa di speciale, una promessa di coinvolgimento emotivo e intellettuale.
Adolescence è una serie che racconta le vite di un gruppo di adolescenti alle prese con le sfide tipiche di quell’età: il bisogno di appartenenza, la costruzione dell’identità, l’impatto dei social media, i primi amori e le difficoltà familiari.
Tuttavia, il vero punto focale della storia è l’omicidio di una loro coetanea, Katie, il cui corpo viene ritrovato nei pressi di un parco cittadino. La narrazione si sviluppa con una delicatezza e un realismo che raramente si trovano nelle rappresentazioni di questa fase della vita.
Ciò che mi ha colpito fin dal primo episodio è stata la profondità con cui la serie affronta questi temi, senza edulcorarli, mostrando la complessità emotiva di ogni personaggio con grande realismo. Ogni protagonista ha una sua specifica vulnerabilità, un suo modo di affrontare il caos interiore che caratterizza l’adolescenza. Alcuni trovano rifugio nell’arte, altri nello sport, altri ancora nelle relazioni, spesso fragili e incerte. Il realismo della serie sta proprio nel fatto che non offre risposte semplici, ma mostra la molteplicità di percorsi possibili.
Dal punto di vista psicologico, Adolescence è una miniera di spunti di riflessione. La serie evidenzia come l’adolescenza sia un periodo critico per lo sviluppo dell’autostima e dell’immagine di sé. Un aspetto interessante è il modo in cui i personaggi si relazionano ai social media: per alcuni diventano una fonte di approvazione e connessione, mentre per altri rappresentano una fonte di ansia e insicurezza. Questo rispecchia perfettamente il panorama attuale, in cui l’autostima degli adolescenti è spesso condizionata dai like e dalle reazioni ricevute online. La dipendenza da questi strumenti è raccontata senza eccessi moralistici, ma con un realismo che mette in luce sia le opportunità che i rischi di una generazione cresciuta nell’era digitale. Il caso di Katie diventa virale, scatenando un’ondata di speculazioni, accuse infondate e pressioni mediatiche che influenzano profondamente i personaggi, amplificando il senso di colpa, l’angoscia e la paura.
Un altro tema centrale della serie è il rapporto con gli adulti: genitori che cercano di comprendere, insegnanti che tentano di guidare, ma anche la difficoltà di comunicazione che spesso caratterizza questo periodo di transizione.
Da psicologo, ho trovato particolarmente interessante la rappresentazione dei conflitti familiari e delle difficoltà nel dialogo tra genitori e figli. La serie mette in luce come un ascolto attivo e un atteggiamento empatico possano fare la differenza, pur mostrando anche i limiti di certe dinamiche familiari. Alcuni personaggi adulti incarnano il desiderio sincero di supportare i ragazzi, ma si scontrano con la difficoltà di abbattere le barriere della distanza generazionale. Altri, invece, mostrano un’incapacità di comprendere il mondo interiore dei propri figli, alimentando incomprensioni e silenzi carichi di tensione. L’omicidio di Katie agisce da catalizzatore per questi conflitti, rivelando segreti, tensioni e ipocrisie nascoste nelle famiglie dei protagonisti.
La solitudine e la perdizione della famiglia dell’omicida, che vorresti entrare dentro lo schermo e abbracciare, è potente e disarmante.
La tenerezza e la rabbia che si attivano verso il protagonista Jamie è immensa e dolorosa.
L’amicizia e il senso di appartenenza sono altri pilastri della narrazione. La serie evidenzia come il gruppo di pari possa essere sia un rifugio sicuro, sia una fonte di pressione sociale. Le dinamiche di gruppo, le alleanze e i tradimenti sono raccontati con una delicatezza che permette allo spettatore di immedesimarsi e riflettere su come queste esperienze lascino segni profondi nel percorso di crescita.
L’aspetto più interessante è il modo in cui la serie mette in scena l’ambivalenza delle relazioni tra coetanei: amicizie che sembrano indissolubili e poi si incrinano, gruppi che accolgono ma al tempo stesso escludono, il bisogno di sentirsi accettati che talvolta porta a tradire se stessi. La morte di Katie diventa un punto di svolta per tutti, costringendo i protagonisti a confrontarsi con le proprie paure, col senso di responsabilità e con il peso della verità.
Dopo aver finito la serie, ho scritto subito ad Assunta/Susy per ringraziarla del consiglio. Ci ritroveremo a discutere di alcuni personaggi, o forse non sarà necessario, di come alcune scene ci abbiano toccato particolarmente e di come la serie abbia saputo restituire con tanta autenticità il senso di smarrimento e ricerca tipico di quell’età.
Adolescence è una di quelle opere che, pur parlando di ragazzi, riesce a toccare corde universali. Un viaggio emotivo che ci ricorda quanto sia delicata e complessa quell’età di passaggio e come, anche da adulti, possiamo trarre insegnamenti preziosi nel modo di comprendere e sostenere le nuove generazioni.
Buona visione!